Sono tornato. Ritorno al calcio.

Ricordo perfettamente quando decisi di dire basta. Era un sabato pomeriggio, pioveva ed io, all’ultimo secondo venni schierato titolare a causa dell’assenza improvvisa di un compagno. Quinto di centrocampo in un 352 ovvero difendere ed attaccare, attaccare e difendere, un ruolo di merda che i miei 21 anni non avevano più voglia di accettare. Basta calcio giocato, basta allenamenti nel fango, basta con uno spogliatoio dove mi trovavo bene con tre o quattro persone, dove di altre dieci o dodici oggi non ricordo più nemmeno i nomi e dove altri due o tre, se me li ritrovassi davanti oggi vorrei schiacciarli con la macchina.

A volte però, col passare degli anni, la vita ti cambia: i capelli imbiancano, i kg aumentano, i tuoi cari muoiono, si ammalano, il lavoro ti prende e diviene la priorità, conosci per caso la tua stessa metà della mela e nonostante la mela non risulti complementare ci provi lo stesso e metti su famiglia, metti al mondo una figlia e piano piano la vedi crescere, la vedi camminare, correre, parlare: lei cresce, tu invecchi, lei gioca tu pensi alle scadenze mensili, a come fare ed a cosa fare.

A volte i treni Ripassano. Nel mio caso é una littorina locale, di quelle che vanno piano piano. Questa littorina é un vecchio amico, uno dei due o tre con cui ho condiviso l’adolescenza, uno di quelli con cui mi trovavo in sintonia nello spogliatoio, mi dice che gioca ancora, gli rispondo che un po’ lo invidio, che se non pesassi 90 kg mi piacerebbe tirare ancora due calci al pallone, mi incalza dicendomi di pensarci, ribatto dicendo che ci penserò e che a luglio gli avrei saputo dire qualcosa. Arriva luglio e rimango sorpreso: il vecchio compagno mi scrive e mi domanda se ci ho pensato. Sí, ci ho pensato ed accetto la sfida, voglio provarci.

Faccio tutta la preparazione, fatico, le gambe sono pesanti, il fiato manca ed il sovrappeso non mi aiuta. Ad aiutarmi ci pensa l’allenatore che mi stimola a migliorarmi ma accetta i miei limiti, mi dice di non preoccuparmi, di pensare a divertirmi. Ad aiutarmi ci pensano i nuovi compagni di squadra: alcuni li conosco da una vita, altri no ma hanno il merito di mettermi subito a mio agio nel gruppo. Ad aiutarmi ci penso anche io da solo: conosco meglio il mio nuovo corpo, vivo il calcio come un gioco, un divertimento post lavoro, uno svago e quindi affronto la sfida con leggerezza e serietà.

Ieri sono tornato a respirare il clima partita. Spogliatoio. Maglietta numero quindici, pantaloncini, calzettoni e nastro per tenere fermi i parastinchi, le parole del mister, l’invito a divertirci perché siamo amatori e quindi giochiamo per il gusto di giocare, poi la partita.

Ovviamente parto dalla panchina, a differenza di dodici anni fa la panchina non é sinonimo di bocciatura ma é un punto di ripartenza. Inizia il secondo tempo, l’allenatore mi guarda e mi dice di prepararmi: due corsette, un po’ di stretching e poi boom mi butta nella mischia.

Tocco cinque o sei palloni, commetto un fallo e chiedo scusa, provo a pressare, non avverto ansia ma solo gioia.

Sono tornato.

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