Non é un film

“Chi non ricorda il passato é destinato a ripeterlo”. Questa frase di George Santayana, filosofo spagnolo della prima metà del novecento, é il secondo pugno nello stomaco che ti colpisce pellegrinando ad Auschwitz I e Auschwitz II (Birkenau). Frase dura, più pesante del beffardo Arbeit Macht Frei che ti accoglie arrivando nel campo di concentramento e sterminio più famoso del mondo.

Visitare Auschwitz era un mio dovere morale. Troppo spesso fingo di non vedere la realtà, credo che tutto mi sia dovuto, troppo spesso ignoro quanto l’uomo possa arrivare a vette maligne che nemmeno la più perfida e perversa immaginazione può arrivare a creare.

Auschwitz é l’uomo che diventa satana. Auschwitz é la trasformazione dell’essere umano in qualcosa di impersonale, un numero tatuato sul braccio, capelli rasati, vestiti uguali, “spersonificazione” dell’individuo. Auschwitz é una promessa tradita che emerge dai cumuli di valige, scarpe, pettini, pentole, posate, pennelli da barba, creme per il corpo, occhiali rinvenuti dopo la liberazione del campo.

Auschwitz é un enorme inganno. Nessuno, nemmeno la persona più folle, porterebbe le stoviglie con sé sapendo che dovrà morire.

Sí. Più che le celle, i dormitori, il muro delle esecuzioni, il filo spinato elettrificato, mezzo spesso utilizzato per il suicidio come unica via di fuga dall’inferno, sono stati i cumuli di vita quotidiana accatastati, rubati alle vite di tutti i giorni. Questo mi ha fatto male, questo mi sta togliendo il sonno.

Auschwitz, il filo spinato di Birkenau, i forni crematori distrutti in fretta e furia per cercare non lasciare traccia dell’inferno sono una minaccia sinistra: “quel che é accaduto una volta potrebbe accadere di nuovo” Affermava Primo Levi.

Rendendo omaggio al milione e centomila persone morte: polacchi, ungheresi, ebrei, greci, italiani, rom, omosessuali, infermi, nani e giganti, io m’impegno solennemente a fare in modo che tanto orrore non possa più accadere, vigilerò, farò in modo che nessuno debba rivivere l’inferno.

Auschwitz resterà un pugno nello stomaco perché a sentirlo raccontare sembra un film dell’orrore ma tutti quei cumuli di vita quotidiana non fanno altro che ricordarmi che l’uomo divenne diavolo settantacinque anni fa.

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